La perfezione – sequel (scrittura in corso) – contiene spoiler

ATTENZIONE

Di seguito il sequel del mio romanzo La perfezione, spero di riuscire a offrirvelo episodicamente in tempi contenuti. Vi consiglio, nel caso non abbiate già letto La perfezione, né il breve antefatto presente nel blog, di evitare questa lettura che svela in parte sostanziale quanto è nascosto a lungo nell’opera principale.

*****

1

La notte stava iniziando e il BackOff era pieno. Creature ispirate dall’urgenza alcolica e affamate di umanità, gridavano abbastanza da oltraggiare la playlist che Achillea aveva selezionato a metà turno. Si aggrappavano ai bicchieri proponendo alla loro indisposta servitrice penose battute. Perché spillasse birre dietro al bancone di un bar, lei se lo confermò adesso più che in ogni altro momento del viaggio a ritroso.
L’individuo seduto sullo sgabello in fondo aveva bevuto finora tre pils e aveva rifiutato le chiacchiere passeggere. Non era ancora stato in bagno ma era uscito due volte a fumare. Giudicandogli il cappello western e il ciondolo arrogante appeso al collo, doveva scoppiare di autostima. Lei non avrebbe mai raccolto tanti dettagli su un avventore X, ma una circostanza la aveva allarmata. La sua collega Sabrina era stata centrata dagli sguardi del tipo, e a questi sguardi aveva risposto con altrettanto evidente interesse. Come se non ci fossero già troppe persone in attesa, Achillea abbandonò la postazione e si avvicinò alla collega che, spalleggiata da una colonna di superalcolici, componeva cocktail scintillanti.
“Il tizio laggiù continua a guardarti.”
“E allora?”
“La gente non si rende conto di quanto sia inopportuno provarci con una persona che sta lavorando.”
Sabrina allentò la presa sulla bottiglia, e dentro al daiquiri colò una quantità eccessiva di rum. Senza dismettere l’aria magistrale, completò il drink e lo servì.
“Dimmi una cosa, Achillea, stiamo insieme io e te?”
“No, non stiamo insieme.”
“Ecco, non stiamo insieme. Fattene una ragione immediatamente oppure licenziati. Sei peggio di un ubriaco molesto.”
L’umiliazione mandò Achillea indietro nel tempo, fino al momento in cui aveva comunicato a suo padre la decisione di lasciare Napoli e tutta l’agiatezza imprevista, e tornare a Bologna per lavorare vicino a una che le piaceva. Inutilmente suo padre, indovinandole gli occhi, aveva chiarito che non si prendono decisioni importanti affidandosi all’istinto e alla marijuana.
Il ricordo svanì, il presente era ambientato nel BackOff, un gradevole locale nel centro storico dal quale adesso volentieri sarebbe fuggita. Le cornacchie davanti alla spina gracchiavano. La playlist era saltata. Sabrina aveva già ritrovato il suo ritmo, cinque creazioni al minuto spargendo sorrisi e bellezza sull’umanità.

Alle tre la regina dei distillati era già andata via, e Achillea stava spostando gli ultimi bicchieri dalla lavastoviglie. Ancora quindici minuti e il titolare avrebbe allontanato gli irriducibili, chiuso la cassa e tirato giù la saracinesca. Lei avrebbe camminato verso casa soppesando i fatti, ingurgitando l’evidenza. Meglio ingurgitare intanto qualche cicchetto, una pratica efficace a migliorare l’umore a breve termine. Il tempo di versarsi una grappa, e registrò la ricomparsa del tipo che scambiandosi sguardi con la splendida aveva spaccato la serata. Costui aveva indirettamente demolito il suo sogno, sputargli in faccia e ringraziarlo erano due possibilità dal quaranta percento.
“C’è tempo per un altro paio di birre?”
Achillea afferrò dalla lavastoviglie un bicchiere tiepido e lo riempì. “L’ultima. Stiamo per chiudere.”
“Fino al secolo scorso il cliente aveva sempre ragione.”
“Il cliente non ha mai avuto ragione, soprattutto se cerca di sedurre la barista.”
“Non intendo sedurti, sono onesto.”
“Nessuno è onesto quando beve. E comunque ti ho osservato mentre fissavi Sabrina.”
“Sabrina ti piace così tanto che vedresti rivali in chiunque.”
“Sabrina non mi piace affatto.”
“E allora, Achillea, perché ti stai scaldando?”
“Non mi sto scaldando, stronzo. E non ti ho mai detto il mio nome.”
Il tipo si scolò la birra e poggiò il contante sul bancone. Si sistemò il cappello. “Comunque la tua amica non mi interessa. Sono venuto per conoscerti.”

2

Francesca era seduta su uno sgabello, gli occhi rivolti alla parete e le spalle agli avventori. Se entrando da Lazzarella, lì nel centro storico napoletano, aveva pensato che si sarebbe sentita al riparo da certe familiari turbolenze, le sembrò chiarissimo di essersi invece sbagliata. Il bar aveva perso in gran parte lo spirito del tempo in cui ogni cosa doveva venire, quando le scoperte rendevano la giovinezza avvincente al di là dei plausibili tormenti. L’arredo verde scuro consumato e ammaliante era stato sostituito. E al posto degli amici di allora c’erano individui ai quali mai e poi mai avrebbe concesso una chiacchierata.
Diego entrò e alcuni, rimasti a vuotare bicchieri vicino all’ora di chiusura, attribuirono agli eccessi alcolici l’apparizione del Presidente del Consiglio. Poi lui s’andò a sedere sullo sgabello a fianco a Francesca, e quelli si allungarono a guardarla. Da un paio di mesi questa occupava i talk show di ogni rete nazionale, replicando la narrazione romantica di un’impiegata della pubblica amministrazione, candidata a diventare la prima donna sindaco di Bologna. Lei colse le attenzioni convergenti, e si spostò sullo sgabello, ma era impossibile opporre le spalle a chiunque passasse intorno al suo angolo acuto. “Non so come ho fatto a sottovalutare i fastidi che porta la notorietà.”
Diego notò nel tono un sintomo dell’avversione al mondo che oltre vent’anni indietro in un impeto improvviso le aveva imbrogliato la ragione. Per tragica conseguenza, l’addio che lei gli aveva imposto. Che cattivo presagio gli passava per la testa? “Alla notorietà ci si abitua. Nel frattempo, se la gente ti riconosce e ti osserva, lascia che facciano, non darci peso.”
“Fate così nel tuo partito, non date peso alle cose. Aiuta ad alleggerire le coscienze.”
“Non hai posto obiezioni etiche o di opportunità personale quando ti ho proposto di candidarti.”
“Nella federazione provinciale mi odiano. Detestano che li abbia scavalcati una sconosciuta il cui unico merito evidente è la sua relazione col capo.”
“Ancora un po’ e si renderanno ridicoli pur di compiacerti.”
“Non è una prospettiva appagante.”
Lui vide le possibili destinazioni di una discussione sul partito e sulle pratiche degeneri ammesse, e decise di soppiantare l’argomento. A un suo cenno il ragazzo dietro al bancone si attivò, e sebbene non fosse previsto il servizio al tavolo, il premier e la candidata furono raggiunti da due birre medie. Diego bevve un sorso, Francesca ispezionò l’orlo del bicchiere come se vi cercasse una decisione. “Venire qui mi piaceva molto di più quando eravamo giovani. Vittorio correggeva sempre la birra con qualche spruzzo di tequila.”
“La quantità sufficiente a rendere felici per un po’.”
“Della birra corretta è rimasto solo il lontanissimo ricordo.”
”I gusti cambiano per fortuna.”
”I gusti e molto altro.”
“Stai cercando di comunicare di sponda?”
Francesca apprezzò il tentativo di facilitare la conversazione. “Sinceramente sì.”
”Sinceramente non ce n’è bisogno.”
“In realtà l’esposizione mediatica non mi dispiace, e quando ho accettato di candidarmi sapevo che razza di organizzazioni siano i partiti. Insegnerò a stare al mondo agli avvoltoi che stanno lassù col coltello tra i denti.”
“Non esagerare, ti serviranno.”
“Tra un mese sarò la sindaca di Bologna, ne sono affascinata. Ma c’è un problema, e non riguarda la politica.”
“E cosa riguarda?”
“Qui dentro è tutto diverso, ma anche fuori da qui è diverso da come è stato quando eravamo giovani.”
“Era inevitabile. La vita non si è fermata.”
Francesca afferrò il bicchiere colmo, e il primo sorso di birra bagnò il pavimento. “Nemmeno noi ci siamo fermati. Ci penso da quando ci siamo rivisti, ci ho pensato quasi ogni giorno fino a oggi.”
“Cioè, cosa pensi esattamente?”
“Che è stata una bella illusione credere che potesse funzionare.”